Parte due: Emet nel giudaismo rabbinico

  1. B) EMET NEL GIUDAISMO RABBINICO

 

L’uso rabbinico di emet (oppure questa) è sostanzialmente conforme a quello veterotestamentario. Come nell’A.T. infatti la parola è usata anzitutto per indicare un particolare atteggiamento umano e di qui assurge a designazione di un attributo della divinità. Una leggenda popolare attribuita a Raba (IV sec) così illustra il concetto di qusta: l’uomo non deve venir meno in nulla alla sua parola (b Sanh, 92°), altrimenti si comporta come un adoratore degli idoli (b Sanh 97 a). In una celebre frase Simenon ben Gamaliel afferma: “Su tre cose si basa il mondo: sulla giustizia, sulla emet, sulla pace” (Ab 1,18).Proprio come nell’A.T. emet è considerata il fondamento di ogni procedimento giuridico e quindi viene implicitamente riconosciuta come principio religioso in quanto il rendere giustizia rientra nella sfera del sacro. “Chiunque sul fondamento della emet da un giudizio che è emet ottiene la vita del futuro del mondo” (Tamh swftim 7 p. 31 Buber) e “fa sì che la skekinà dimori in Israele”; un giudice invece che non osserva la emet “fa allontanare la Shekinà da Israele”. (b Sanb 7 a).

E’ ovvio che anche il giudizio di Dio si basa sullo stesso principio. “Il giudizio di Dio è un giudizio di emet” dice Akibà (Ab 3,16); e altrove “Egli giudica tutto secondo emet” M. Ex. 14,28. “Tutti debbono riconoscere e arrestare che il suo giudizio è un giudizio di emet” ( Ex.r. a 6,2). Ma al di sopra di ciò l’essenza stessa di Dio è emet – affermazione che può essere capovolta nell’altra che la emet ha il suo essere in Dio. Il “Dio di emet” è giudice di “emet” (b Ber 46b). “Come tu (Dio) sei emet così anche la tua parola è emet poiché sta scritto : la tua parola , o Dio, sta immobile nel cielo (Ps 119,89)” (Ex. R. a 29,1). La Torà in quanto estrinsecazione della parola e dell’essenza divina coincide perciò con la emet (Midr. Ps. 25.11) – pensiero , questo, che trova la sua più forte espressione simbolica nell’immagine del sigillo divino. “Il sigillo di Dio è emet. Cosa significa emet? Che egli, Dio vive ed è eternamente sovrano” (j. Sanh 18 a). La parola emet si considera formata con le lettere iniziali di elohim  melek tamid. Ciò significa – come risulta anche dagli antecedenti di questa interpretazione – che l’attributo dell’eternità non viene dedotto logicamente e necessariamente dall’essenza di Dio, ma è solo occasionalmente suggerito da un artificio esegetico formale. La differenza rispetto a almteia e al suo contenuto essenziale balza subito evidente.

Quando il sostantivo è riferito a Dio sorge il problema esegetico del rapporto fra hesed e emet ossia fra la misericordia di Dio e la sua giustizia assoluta. Il contrasto veramente sarebbe tra emet e din, ma vi partecipa anche emet diventando in certo modo sinonimo di din. Il rapporto tra i due attributi divini può essere variamente concepito o collocandoli sullo sesso piano (b Ber, 46 b) oppure sottolineando che prima viene la emet e poi – ossia conclusivamente – la hased ( b B.H: 17 b); ma è comunque preoccupazione costante del Rabbi nella sua esegesi veterotestamentaria quella di presentare tanto la “verità” quanto la misericordia come attributi essenziali della divinità.

  1. Kittel

Aleteia ossia Amen o vero nel Lessico cristiano (prima parte)

Aleteia ossia Amen

  1. IL CONCETTO VETEROTESTAMENTARIO DI ELMET
  2. La parola emet

Nella lingua dell’A.T. la parola emet che ricorre un 126 volte, è usata in senso assoluto per indicare un dato di fatto che d’essere considerato come amen ossia sicuro, valdio, vincolante e quindi verità, oppure in riferimento a persone per designare la caratteristica essenziale del parlare, dell’agire e del pensare di queste. Un is emet è un uomo che segue costantemente  la norma della verità, un uomo verace (lett. Di veracità) un ne eman.

Il sostantivo emet usato di regola al femminile (per Deut 13,15; 17,4) è stato derivato dalla radice ‘mn, “esser saldo”, alla guisa dei nomi segnalati femminili, assimilando la consonante n all’affermativo femminile t. Questa derivazione traspare chiaramente dai casi in cui la parola è unita ad un suffisso, come amitto. La traslitterazione esemplare emet (PS 31,6) sembra accennare ad una quantità della prima sillaba che nel T.M. è andata perduta. Molto vaga è l’ipotesi che l’ultima sillaba sia stata vocalizzata col segol per differenziare la parola da ‘amat, stato costrutto di ‘ama “serva” ed evitare così la confusione tra un concetto assunto nel linguaggio religioso e un altro meramente profano. I LXX traducono ‘emet per lo più  con aleteia (87 volte) e inoltre almteuein (12 volte).

Affine a quello di ‘emet è il concetto di emuna. Entrambi poi si avvicinano ai concetti di integrità di salom e di tamin e a quelli giuridici di hesed e di sedeq, s daqa, di cui sovente costituiscono una specificazione. Come questi, infatti, emet designa un modo di essere normale, di cui esprime in particolare la stabilità e la validità. In complesso l’uso di emet e corradicali si presenta ricco di sfumature , senza però che dai testi che possediamo si possa ricostruire una precisa evoluzione storica del concetto.

  1. Emet come concetto del linguaggio giuridico.
  2. Soprattutto nel linguaggio giuridico è chiarissimo il significato fondamentale di emet, ossia l’effettiva verità di un fatto o di una situazione. Deut. 22,20 “ma se l’accusa è un fatto giuridicamente valido”, ossia se riposa sulla verità e non sulla calunnia come il caso precedentemente contemplato. Analogo è il senso di emet nakon ossia una realtà di fatto di cui si ha una conferma diretta: Deut 13,15; 17,4. Un ‘ot emet (Ios 2,12) è un pegno della validità giurica di una promessa, mentre un documento avente valore giuridico può essere definito dibre salom we emet , “parole di pace e di validità” (Est 9,30). Ma l’uso giuridico della parola può anche essere trasferito nel linguaggio comune: emet haddabar significa: le cose stanno effettivamente così come avevo udito: 1Reg 10,6; 2 Cgr 9. Le stesse parole possono anche confermare l’effettiva e indubitabile realtà di una rivelazione ; Dan 10,1. Come trasposizioni metaforiche di formule giuridiche pare debbano essere considerati anche i casi in cui emet è riferito a cose come in Gen 24,48: derek ‘ e met , la giusta via . ossia quella, tra le molte possibili, che si rivela  apportatrice di successo. Ier 2,21  presuppone la stessa immagine dell’accertamento giuridico, quando contrappone zera emet, la pianta genuina, a gefen nokrijja, la pianta imbastardita.

Ma l’uso della parola non è limitato, nell’A.T. , a questi semplici casi. Gen 42,16 (E): “le  vostre parole devono essere saggiate ha emet itt kem” denota  già una tendenza ad astrarre  il concetto di emet dal riferimento a fatti concreti; è dubbio infatti se si debba intendere: se presso di voi si trova l’oggettiva verità, oppure se presso di voi si trova la emet come norma interiore, ossia veracità. E’ raro comunque che il significato del termine si presenti così ambiguo, perché di regola emet è impiegato o per esprimere l’assoluta certezza, realtà e conseguente efficacia psicologica di una circostanza di fatto indicata o adombrata dal contesto, oppure come concetto assoluto variamente atteggiato e intonato. Nel primo senso si può dire per es. che la parola di Jahvé è emet, ossia effettivamente e innegabilmente presente e perciò anche efficace sulla  bocca del profeta. In Reg 17,24 la vedova riconosce che la parola di Dio è veramente sulla bocca di Elia che le ha salvato il figlio con la sua preghiera. Ier. 23,28 : il profeta “presso il quale è la mia parola, annunzia la mia parola, annunzia la mia parola  come emet”, ossia come una realtà di fatto che si rivela tale per la sua efficacia e non come un “sogno”. Un ed emet è il testimone dell’effettiva realtà che  dev’essere appurata da un procedimento giuridico e come tale “salva la vita”: Prov 14,25 ; oppure e un ne eman, ossia un testimone di provata veridicità: Ier 42,5 (detto di Jahvé). Quando si legge, in Is. 43,9, che i popoli devono dire emet, il contesto insegna che anche in questo caso si tratta di un procedimento giuridico inteso ad accertare determinati fatti pregressi ; emet è quindi ancora una volta la convincente realtà di fatto. Analogamente vanno intesi i passi in cui Zaccaria caldeggia il rispetto di emet come principio imprescindibile del procedimento giuridico, Zach 7,9: mispat emet s foto , “giudicate secondo la realtà di fatto”. Zach 8,16: “dite la verità, ognuno nei rapporti con il suo connazionale, giudicate alle porte (della vostre città) secondo verità  e secondo un diritto salutare”. Soprattutto dall’ultimo passo risulta evidente che nel concetto di emet confluiscono il ius conditum e la noirma iuris condendi.

  1. Ma il contenuto del concetto di emet può essere specificato e non risultare dal contesto. La parola assume allora un significato universale che trascende la sfera giuridica e indica la realtà di fatto che deve essere riconosciuta come tale da chiunque e in qualsiasi circostanza , ossia in ultima analisi quel modo di essere normale che si impone al rispetto perché conforme all’ordine divino e umano e che si rispecchia anche nei concetti affini di mispat, salom, sdaqa ecc. In questi casi emet può essere tradotto genericamente con verità e, come concetto normativo, anche con veracità, sincerità.
  2. Emet come concetto della lingua religiosa
  3. Al pari di altri concetti anche la nozione di “verità” ha importanza grandissima, oltre che nella sfera giuridica, anche nel linguaggio religioso dell’A.T. . A differenza però di altri conctti, di cui più evidenti e spiccate sono le origini e l’impronta giuridica, è quanto mai difficile stabilire la vera natura dell’uso di emet nei testi religiosi. Non è detto , infatti , che si tratti sempre di un uso metaforico, giacché può anche essere germinato direttamente dalla coscienza religiosa. E’ certo comunque che la parola si presenta spesso in un’accezione decisamente e inequivocabilmente religiosa affatto indipendente da quella giuridica. Come l’uomo pio, spesso definito con termine giuridico il “giusto”, fonda i suoi rapporti con Dio e con i suoi simili sull’inoppugnabile verità, ossia verace, allo stesso modo la verità è il fondamento dell’azione e della parola di Dio. La veracità di Dio esige quella dell’uomo; PS 51,8: emet hafasta. Può dimorare sulla sacra montagna di Jahvé, ossia è capace di render culto, “chi nel suo cuore preferisce emet” (Ps 15,2) , ossia chi aderisce intimamente alla verità intesa come norma di vita accetta a Dio. E’ naturale che questa disposizione interiore si manifesti praticamente nella vita sociale (Ez 18,8 “Egli fa un giudizio veritiero fra uomo e uomo”) , ma questo avviene, come insegna il medesimo passo, in conformità al volere divino: “egli osserva le mie norme giuridiche praticando la verità”. Quando Osea (4,1) si lamenta che non vi sia nel popolo emet accosta il concetto di veracità a quello di “conoscenza di Dio”, indicando cos’ la prospettiva in cui esso va inserito : la “veracità” in ogni suo aspetto si fonda sulla sicura conoscenza della volontà di Do e questa conoscenza è già da parte sua una prova di veracità.

Sebbene il linguaggio poetico nella sua tendenza all’interazione enfatica per definire il comportamento del giusto usi sostanzialmente con lo stesso significato espressioni quali poel sedeq e holek tamim  come sinonimi di dober emet (Ps 15,2) e sebbene le “norme guridiche” siano considerate il fondamento della verità (Ez 18,9), pur tuttavia questo momento razionale non è in ultima analisi essenziale al concetto di emet e bisogna guardarsi dall’attribuirgli un valore preponderante nell’interpretazione di molti passi. Gli è che con la parola emet si tende innegabilmente a presentare come il risultato di un ripensamento gnoseologico una verità e una norma di vita che sono invece direttamente vissute dalla coscienza religiosa e si impongono con la forza dell’evidenza. Questo perché emet condivide con altri concetti trasposti dal diritto alla teologia la tendenza – che dal punto di vista semantico è ugualmente vantaggiosa e svantaggiosa – a stimolare e a guidare il pensiero religioso con una precisa elaborazione  concettuale. Questa tendenza razionale e pedagogica , connessa con la natura giuridica del concetto, si manifesta chiaramente soprattutto laddove si afferma a scopo didattico che la parola e la legge di Jahvé sono per l’uomo la verità e la fonte della vera conoscenza. Ps 119, 160: la somma e la quintessenza della  parola di Dio è emet Ps 19,10: i suoi statuti sono emet. L’impressione che qui si accenni alle Scritture è corroborata dal fatto che un libro apocalittico può essere definito senz’altro k tab emet, “espressione scritta della verità” (Dan 10,21). Anche la “verità” a  cui si allude nell’espressione “camminare nella tua verità” (Ps 25,5; 26,3; 86,11) sembra consistere in determinante norme di vita che sono oggetto dell’insegnamento divino  (cfr Ps 86,11: “insegnami, Jahvé , la tua via”). Sotto il profilo razionale il concetto di verità può essere accentuato attraverso l’antitesi con seqer, “menzogna”, awla, “perversione” ecc. (cfr Mal 2,6; Prov 11,18; 12,19; Ier 9,4), mentre invece l’antitesi con rs (Neh 9,33) ci riporta decisamente nella sfera religiosa. La emet può essere poeticamente simboleggiata (Ps 85,12: emet germoglia dalla terra e sedeq si affaccia dal cielo) o personificata (Is 59,14: la emet incespica per la strada), oppure può essere rappresentata come una merce di cui si raccomanda l’acquisto (Prov 23,23). Simbolica  è anche l’affermazione di Dan 8,12, che cioè la verità è staa rovesciata a terra; questo passo è significativo anche perché in esso emet sembra essere usato in senso pregnante come designazione antonomastica della religione “vera”, ossia di quella giudaica. Il medesimo concetto razionale della verità  si ritrova nelle parole del cronista (2 Chr 15,3) che definiscono Jahvé come il Dio “vero”, ossia esclusivo e assoluto (elohe emet).

  1. Una riprova della complessità del concetto di emet e della sua capacità di piegarsi ai vari contesti logici in cui viene formulato, è il fatto che una espressione pressoché identica a quella appena citata ossia el emet, si trova usata con un significato affatto diverso, e precisamente come motivo di fiducioso abbandono, in Ps 31,6. Questo passo appartiene con numerosi altri ad un gruppo in cui l’A.T. raggiunge il vertice della sua concezione della “verità” superando la distinzione tra il momento razionale e quello etico di emet e facendo di essa la caratteristica essenziale e il fine ultimo dell’azione divina: Il Dio che viene invocato come rab hesed we emet, “ricco di fedeltà e veracità” (Ex 34,6), come hael hanneeman (Deut 7,9), come el emet (Ps 31,6), ossia come garante delle norme morali e giuridiche, merita l’assoluta fiducia del giusto e di qualsiasi uomo. L’uomo dubbioso si sente piccolo di fronte alla veracità che si manifesta nelle promesse divine (Gen 31,11). Sul Sinai egli ha dato torot emet, leggi che sanciscono la verità e sono esse stesse verità (Neh 9,13). Le opere delle sue mani sono verità e giustizia, tutti i suoi comandamenti sono assolutamente validi (Ps 111,7). Egli giura la emet, ossia in modo irrevocabile (Ps 132,11) e osserva eternamente la norma della veracità (Ps 146,6). Coloro che scendono nella fossa non sperano più nella emet di Dio (Is 38,18; cfr Ps  29,10) giacché per essi non sussiste nessuna promessa  divina alla quale possono richiamarsi. In tutte queste affermazioni, comprese quelle che contengono un richiamo più o meno esplicito e chiaro al concetto di alleanza, è vivo l’alto pathos morale che contraddistingue la fede israelita in Dio e che si esprime nel modo più semplice ed essenziale nell’antico testo di 2 Sam 7,28: atta-hu ha elohim ud bareka Jihju emet  “tu sei il Dio, ossia (esplicativo) le tue parole sono verità”.

 

  1. Quell

Lessico cristiano:Aleifo ossia ungere

Aleifo ossia ungere

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I LXX rendono con aleifein tre termini ebraici: a) suk, ungere Rut 3,3; b) tuah, spalmare , intonacare Ez. 13,10 ss; c) masah  Gen 31,13 versare olio. Bisogna tuttavia notare che a proposito dell’unzione dei figli di Aronne, come pure in altri casi, masah è tradotto abitualmente con xrio, un verbo che è stato piegato dell’unione ad esprimere l’idea dell’unzione in un contesto religioso e teologico.

Ciò trova conferma sin dalla prima lettura del N.T. , che usa aleifein  quando si tratta di un’unzione materiale, mentre criein vi assume “solo il senso traslato di unzione ad opera di Dio”. Ciascuna di queste due azioni, così descritte dall’esterno, ha poi un diverso significato considerata che sia dall’interno.

  1. Mt 6,17 si riferisce all’unzione fatta per tonificare il corpo, che secondo la costumanza giudaica – è espressione di gioiosa letizia (cfr LXX in Iudith 16,7; 2 Bas 14,2). Ma, mentre il giudaismo proprio per questo non riusciva proprio per questo non riusciva ad associare l’idea di unzione a quella di digiuno, Gesù al contrario vuole che il sacrificio unito al digiuno rimanga così occulto , che agli altri e a quello e a quello stesso che lo pratica appaia come qualcosa di giocondo.
  2. In Mt 26,7 ; Lc 7,38; Io 11,2; 12,3 l’unzione appare come segno di omaggio reso a un ospite , secondo l’usanza giudaica. Il primo dei passi citati la presenta come un gesto profetico in quanto la donna, ungendo il capo di Gesù (v. 7) gli ha reso onore in un senso più profondo, poiché il gesto è diretto a quel corpo (v. 12) che stava ormai per entrare nella tomba. In tal modo la significazione di rispetto diviene l’unzione anticipata di Gesù morto in croce. Mc 16,1 parla dellunzione del cadavere.
  3. L’unzione degli infermi

Per comprendere i due passi di Mc 6,13 e Iac 5,14 è necessario aver presente il significato che ellenismo e giudaismo attribuivano all’unzione fatta su qualcuno per ottenergli la salute. L’olio a) è usato come medicina per lenire e curare svariate malattie: Ios Bell, I 657 = Ant. 17,172; Philo  Somn II 58; Is 1,6. Negli scritti rabbinici si trova che l’olio è usato come rimedio contro lombaggini, eruzioni cutanee, cefalee, ferite, ecc. b) l’olio è inoltre un rimedio magico-medico e in particolare un rimedio esorcistico. Il limite tra a) e B) non sempre è netto. Dal momento che la malattia è fatta spesso risalire a un influsso diabolico, si capisce come nella prassi medica l’unzione fosse considerata come un gesto idoneo a cacciare e debellare i demoni, specie nelle infermità psichiche. Anche Celso (Med III 23,3) parla dell’unzione praticata sugli ossessi. Nel Test Sal 18,34 è il demonio che parla. Di una frizione d’olio negli scongiuri parla j.M.S. 53 B, e la stessa si trova in Midr. Qoh 1,8 (9°) per guarire uno stregato. C) Un ulteriore passo avanti si ha quando all’olio si attribuisce un potere celeste che trasforma e dona la vita. : “ E il Signore disse a Michel: Vieni e togli a Enoc gli abiti terrestri e ungilo col mio buon unguento e rivestilo degli abiti della mia gloria. E Michele fece così… Ora quell’olio appariva come qualcosa ancor più brillante di una gran luce, grasso come schietta rugiada, profumato come mirra e lucente al pari dei raggi del sole. E guardai a me stesso : ero pari a uno dei suoi esseri gloriosi…” Questa unzione è la stessa che Ireneo (I 21,3) chiama.

Il valore medicinale (Lc 10,34) come pure quello medico-esorcistico dell’olio si riscontra anche nel cristianesimo , il quale trasferisce queste proprietà all’olio sacro. Cfr Act Thom 67 dove si prega Gesù che vada ad ungere quanti sono vessati dai demoni. Tertulliano (Scapul 4) parla della guarigione dell’imperatore Antonino operata da un cristiano con olio sacro. Cfr. Chrys. Hom. In Mt 32 (33),6 (M.P.G. 57,384). Palladio riferisce la guarigione di un ossesso mediante l’unzione (Hist Laus 18 è. 55 Butler). Va da sé che la stessa cosa avviene anche nella magia, come si può vedere nel grande papiro magico di Parigi (3007 s: Preis., Zaub IV).

Ma oltre a questo impiego magico-medico nel cristianesimo l’olio ne ha avuto anche uno sacramentale: a) nel battesimo di olio praticato dagli gnostici in luogo del battesimo d’acqua o insieme ad esso; b) come esorcismo prima del battesimo e in parte come dono dello Spirito Santo dopo il battesimo della Chiesa ; c) sotto forma di sacramento della morte si trova solo presso i marcosiani (Irem I 21,5) e in Eracleone (Epiph. Hae 36,2.4 ss), ma è incerto “se si tratta propriamente di un sacramento per i moribondi o di una consacrazione dei morti”. Al di fuori del cristianesimo vi sono i mandei, i quali hanno , oltre al sigillo dell’olio, l’estrema unzione per i moribondi (Lidzb. Lit 114 ss; Ginza 326 s. 591, 12 s. 28s.)

Come si concepiscono in tali riti l’uso e gli effetti dell’olio si può vedere nelle varie preghiere che li accompagnano. Si veda, per es. , la preghiera sull’olio nel ‘eucologio di Serapione di Thumuis: “… strumento per allontanare ogni malattia e debolezza, per offrire un antidoto contro qualsiasi demonio, per cacciare ogni spirito immondo, per bandire ogni spirito maligno, ogni calore e freddo di febbre e ogni debolezza, per far grazia e rimettere i peccati, per procacciare vita e redenzione, guarir l’anima e il corpo e lo spirito e dar loro quanto ad essi spetta, per procacciare forza in tutto …” Si vedano anche, a proposito del battesimo d’olio i testi di Act Thom 49: “Apostolo dell’Altissimo, donami il sigillo , affinché quel nemico non torni a volgersi contro di me”. E di Act Thom 157: “O frutto amabile più di qualsiasi altro… (frutto) sommamente pietoso , infiammato dall’impeto della parola , o virtù del legno, della quale rivestiti  gli uomini superano il loro avversario! O Gesù che coroni il vittorioso, o segnacolo e gioia degli infermi … venga la tua vittoriosa virtù e si posi sopra quest’olio, cos’ come altra volta la tua forza s’è posata sul legno ad esso affine…venga il dono col quale tu hai apostrofato i suoi nemici e li hai fatti ritirare e stramazzare, venga ad abitare in quest’olio , sul quale noi invochiamo il tuo santo nome”. Per l’unzione che procede il battesimo cfr Cyr . Cat. Myst. II 3 “… così quest’olio esorcizzato è in grado,  per l’invocazione di Dio e la preghiera , non solo di abbruciare e cancellare le tracce dei peccati, ma ancora di cacciare tutte le potenze invisibili del maligno”. Per l’estrema unzione cfr Iren 1,21,5: “affinché siano inattaccabili e invisibili per i principianti e le potestà e il loro uomo interiore prevalga sulle potenze invisibili…” . Anche per i mandei l’estrema unzione è garanzia di vittoria sulle potenze ultraterrene e di possesso  dei beni celesti come mostra Lidzb., ginza 326 s Cfr anche Lidzb Liturg 35 ss a proposito dell’olio del battesimo.

Nel Nuovo testamento l’unzione è un atto medico-esorcistico che si compie sugli infermi. In Mc 6,13 gli Apostoli guariscono e insieme predicano la penitenza e cacciano i demoni in quanto sono messaggeri e portatori del regno di Dio che ormai è iniziato. In Iac 5,14 lo stesso gesto di valore medico-esorcistico è compiuto dai ministri della Chiesa e, in corrispondenza alla salvezza che in Mc 6,13 rende atti al regno di Dio, arreca a chi è nella Chiesa la sanità del corpo e dell’anima, cioè la remissione dei peccati. Oltre a ciò Iac 5,14 delinea anche il compimento del rito. Veniamo così a sapere che l’unzione si fa con la invocazione del nome del Signore ed è accompagnata dalla preghiera,  che opera la salute e il perdono. In effetti qui l’olio appare come la materia di un sacramento.

Il segno di natura medico –esorcista fatto sugli infermi tra i cattolici di rito greco è divenuto l’unzione degli infermi detta eukelaion, mentre nella Chiesa Romana ha preso il nome di estrema unzione. Alla extrema unctio o sacramentum exeuntium si è giunti grazie al graduale prevalere dell’idea di remissione dei peccati e alla consuetudine di compiere solo sui morenti un gesto che sempre più veniva considerato come sacramentale. Quanto al nome di extrema unctio, esso viene in uso nel sec. XII. Tentativi di una definizione teologica si hanno in Ugo da San Vittore e in Pier Lombardo. La natura sacramentale dell’atto viene sanzionata da Eugenio IV nel Conmcilio di Firenze del 1439. Il tridentino  (Sess. XIV 1) dichiara che l’estrema unzione è il sacramento – “insinuato” in Mc 6,13 e “promulgato” da Iac 5,14 – che toglie i residui del peccato , corrobora l’anima e insieme , in date circostanze, favorisce pure la guarigione fisica.

  1. Ignazio (Eph 17, 1) usa il verbo aleifestai in senso traslato in un’esegesi pneumatica di Mc 14,3 ss, Il muron è la vera gnosi, con la quale dobbiamo “ungerci”, se volgiamo che il suo “profumo” ci porti all’immortalità. In alcuni passi paralleli oltre che in Clemente Al. (Paed II 8,61), in luogo di alefestai compare mrrizein o Criein. Anche in Act Thom. Alef è usato variamente: in 27 a proposito del “sigillo” sacramentale in senso proprio, in 67 è un rimedio salutare contro certe “malattie” (possessione); in 25 si legge : “portali nel tuo gregge (col battesimo, con l’unzione).
  2. Schlier

Acon ossia udito, notizia udita o orecchie

Acon ossia udito, notizia udita o orecchie

Questo sostantivo di uso comune anche nella grecità profana dalle origini fino all’età della decadenza e anche nei LXX, presenta:

  • Il significato attivo di senso, organo dell’udito (Mc 7,35 pass);
  • Il significato passivo di diceria, notizia che viene udita (Mc 1,28 ecc) Perciò acon si avvicina per il significato ad aggelia e a kerugma e può essere usato come termine tecnico per indicare l’annuncio, la predicazione (anche logos axons 1 Thess 2,13, Heb 4,2). L’accento della parola batte però non tanto sull’annuncio in sé, quanto su coloro che lo ascoltano Rom 10,6; Heb 4,2. Anche in questo caso l’accezione della parola è mutuata dalla lingua dei profeti (Rom 10,16; Io 12,38 = Is 53,1) Perciò non può essere dubbia l’interpretazione di Gal 3,2. E’ chiaro che non bisogna intendere pistis acons, ma acon pisteos, e ciò significa – corrispondendo a erla nomos – non “ascolto fiducioso”, ma predicazione della fede, annuncio che ha come contenuto e scopo la fede.
  • Pare che spesso la aconai fossero orecchie applicate alle pareti dei templi e degli altari a simboleggiare la divinità che ascolta ed esaudisce. Si tratta di una usanza sorta in Egitto e di qui diffusasi nel mondo antico, per quale essa costitutiva un’ottima rappresentazione sensibile del teos apecoos. Così nel tempio di Iside a Pompei, sulla parte dietro alla statua di Dioniso Osiride, erano modellate due orecchie di stucco; lo stesso particolare si ritrova in alcuni altari di Delo (Atargartide), di Arles (Bona dea) e altri, come pure su numerose tavolette votive su cui sono raffigurate orecchie che certamente solo “in casi rarissimi” erano ex voto simboleggianti orecchie risanate.  A una usanza del genere sembra riferirsi un’iscrizione di Apollonia sul Rindaco e un’altra rinvenuta ad Aquileia. Ma il termine axon indicava anche certe località nelle vicinanze del tempio, nelle quali si potevano percepire voci misteriose descritte da Psello. Questo significato della parola si avvicina assai a quello biblico di “rivelazione , annunzio” proveniente da Dio.