Acoluteo ed epestai ossia il seguire o l’essere sequela

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  1. Acoluteo e pestai nella grecità

Già nella grecità profana dal significato di seguire, andar dietro a qualcuno è derivato quello di seguire in senso spirituale, morale, religioso. Si segue l’oratore col pensiero (Thuc. III 38,6; il saggio, Aristot. , Eth. M. II 6 p. 1203 b19 s: l’amico, B.G. U. 1079, 10.26. Parimenti chi segue è il servo e lo schiavo , Ps Arist in Rhet. Graec. II 519, 13 (Spengel), e anche l’amante, Plat. Phaedr 232 a.

Nel linguaggio religioso- filosofico ricorre Acoulutein psichei (Epict. Diss. I 6,15) oppure teo M. Ant. 7,31; Epict. I 30,4. Ma per indicar l’atto di seguire il dio viene più spessp usato epestai, che manca nel N.T. Questo significa che si diventa simili al dio agendo come lui. Plat, Phaedr. 248. In modo particolarmente suggestivo trova espressione questo significato di pestai in quei versi stoici che Epitteto ha collocato alla fine del suo Encheiridion (53,1).

  1. Il concetto di “seguire”nell’A. T. e nel giudaismo

Il termine corrispondente ad acoluteo ed epestai nella letteratura ebraica è halak   ahare. I LXX di regola traducono letteralmente: porenestai opiso. Però anche nei casi, relativamente rari, in cui traducono con axoloutein essi sentono l’influsso dell’espressione ebraica, aggiungendo al verbo l’avverbio opiso: 3 bas 19,20; Hos 2,5, Is 45,14. Tale costrutto manca in tutta la grecità profana e anche presso Giuseppe che, per esempio, dall’ebraico  w el ka  ahareka tradotto dai LXX con acolouteso (Eliseo) opiso sou (3 Bas 19,20), forma il consueto dativo greco. Invece la costruzione ebraica in Mt 10,38 corrisponde parallelamente a Mt 16,24 par.

  1. L’uomo devoto che segue Dio

Nell’A. T. la locuzione halak ahare ha ricevuto la sua particolare impronta per il fatto che – principalmente in Osea, Geremia e negli strati deuteronomistici – è diventato un termine tecnico per indicare l’apostasia e il paganesimo. L’andar dietro ad altri dei rappresenta “la colpa fondamentale del popolo eletto”, l’origine di tutte le prove: Iud 2,12; Deut 4,3; 6,14; 1 Reg 21,26 Ier 11,10 ecc. In Osea la locuzione è collegata con l’immagine dell’adulterio che domina la sua predicazione: Israele va dietro agli amanti e si dimentica dello sposo: Hos 1,2; 2,7.15. L’espressione “seguire Jahvè” rimane decisamente in ombra di fronte a quest’altra : “”andar dietro agli amanti”. Talvolta l’immagine viene usata in un contesto deuteonomistico: Deut 1,36; 13,5; 1 Reg 14,8, e Reg 23,3 = 2 Chr 34,31. Ma il Deuteronomio non dice che Israele deve “camminare dietro Jahvé”, bensì “camminare lungo la sua strada” (Deut 5,30) ecc). Quell’immagine possiede una forte accentuazione soltanto in 1 Reg 18,21, dove l’espressione andate dietro a lui è detta in riferimento a Jahvé   per reminiscenza dell’andare dietro a Baal e dell’alternativa tra Jahvé e Baal e dell’alternativa tra Jahvé e Baal posta da Elia. E’ strano come non eserciti alcuna influenza il pensiero che deriva ovviamente da Ex 13,21, cioè che gli Israeliti seguivano nel deserto Jahvé che li precedeva. L’unica volta che si parla di una sequela al tempo del deserto (Ier 2,2) l’espressione non appare legata all’immagine di Jahvé che precede, ma a quella degli sponsali; così nasce un’espressione che richiama quella di Osea, ma assume una forma positiva: “Mi ricordo del tuo amore di sposa allorché mi seguivi nel deserto”. Sembra quasi che la frase “seguire Jahvé” incontrasse qualche difficoltà, in quanto l’immagine del “seguire” richiamava spontaneamente l’idea di “andar dietro a divinità pagane”. Forse ci si ricordava anche che l’espressione traeva la sua origine dalle processioni dei credenti pagani dietro l’immagine del dio. Questo potrebbe anche spiegare come mai l’immagine del popolo che segue l’arca santa non sia espressa in un preciso linguaggio religioso, sebbene l’arca nel viaggio attraverso il deserto precedesse Israele (Num 10,33 ss) e anche nel culto a Gerusalemme fosse il centro delle processioni (1 Sam 6,12 ss).

A questi dati dell’A. T. corrispondono quelli della letteratura rabbinica. La concretezza del pensiero non consente di descrivere plasticamente l’atto di seguire Dio, poiché questa immagine urta contro l’idea della divina trascendenza. Quando l’immagine ricorre (come, per es. , nell’esegesi di Deut 13,5) viene presentata come sinonimo dell’imitazione di Dio, che invece è tutt’altra cosa. “E’ mai possibile a un uomo andar dietro la shekinà ? Sta pur scritto: “infatti il Signore tuo Dio è un fuoco divoratore” (Deut 4.24) (b Sot 14 a) . “E’ mai possibile per la carne e il sangue camminare dietro al Santo – sia Egli benedetto?  Di lui sta pur scritto : “nel mare è la tua strada..” (Ps 77,20) … Ed è poi possibile per la carne e il sangue salire al cielo e unirsi alla Shekinà? Di essa sta pur scritto “infatti il Signore, tuo Dio, è un fuoco divorante ( Deut 4,24)” (Lev r 25 e 19,23). La risposta alla domanda è questa : “tutto ciò significa seguire gli attributi di Dio” (b Sot 14 a).

L’argomentazione può valere o come un richiamo alla storia, nel senso che Israele doveva piantare alberi nella sua terra a imitazione di quanto Dio faceva nel giardino dell’Eden (Lev r  25), oppure come un richiamo al dovere etico che il credente ha di rivestire gli ignudi, allo stesso modo di Dio che rivestì gli infermi, come Dio visitava Abramo , di consolare gli afflitti, come Dio consolava Isacco, di seppellire i morti come Dio seppellì Mosé (b Sot 14 b).

Con ciò il seguire Dio è diventato pura imitazione, concetto che per lo più viene indicato con altre espressioni (come dmh, “esser simile”). Il problema che la teologia rabbinica può prospettarsi a questo punto è di natura del tutto diversa, cioè se l’uomo già in questo mondo possa realmente essere simile a Dio, oppure se questo si debba riservare al mondo futuro.

Filone al contrario, nell’uso dei due termini segue del tutto la linea dell’uso greco. Seguire, per lui come Epitteto, è prestare attenzione a Dio e alla psisis. Invece Giuseppe non ha un uso pregnante di axolutein che meriti di essere ricordato. Detto di discepoli che seguono il maestro, il verbo ricorre solo a proposito di Eliseo come un’eco del racconto dell’A.T. (Ant 8,354). Piuttosto egli pone in rilievo un rapporto con nomos parlando dell’ubbidienza alla legge divina (Ap 2,200, Ant 9,187; 11, 124 ecc).

  1. Il discepolo in quanto “segue”

Il verbo “seguire” nell’A. T. è detto di chi tiene  dietro a una persona di riguardo, cosa da principio non implica alcun valore religioso. Il guerriero segue il capo, come nel caso di Abimelech (Iud 9,4.49); la donna segue l’uomo, la sposa lo sposo (Ier 2,2; ) il discepolo Eliseo segue il maestro Elia (1 Reg 19,20 s ) Anche questo “seguire” non indica che un servizio , come attesta chiaramente l’espressione successiva “e lo serviva”: il discepolo accompagna il maestro come un vero e proprio servitore.

Quest’ultimo tipo di sequela normale per i rabbini, in quanto la società rabbinica è caratterizzata dal rapporto tra maestro e discepolo. In numerose narrazioni tradizionali vien sempre descritto lo stesso ordine: il rabbino, o i rabbini, procedono a piedi o cavalcano un asino; il discepolo , o i discepoli, vengono dietro ad essi a debita distanza S. Deut 305 a 31,14). La forma è sempre la stessa dai primi testi fino a quelli tardivi, sia che il maestro risulti uno dei grandi del sec. I, come Gamaliele o Johaban ben Zakkai, sia che la scena si riferisca a Eleazar ha- Qappar o a Rab – Uqbà, rabbini del III sec. Anche quando il discepolo che segue è figlio del maestro la disposizione non cambia:R. Ismaele, R. Eleazar ben Azarjà e R. Aquibà procedevano lungo il cammino e Levi l’ordinatore e R. Ismaele, figlio di R. Eleazar ben Azarjà, procedevano lungo il cammino dietro ad essi” (M. Ex 31,12). Mai in nessun passo vi è traccia di una idealizzazione di questa immagine o di una sua interpretazione teologica.

  1. ACOLUTEIN NEL N.T.

Nel N.T. l’oggetto del verbo “seguire” non è mai Dio. L’espressione non ricorre nel linguaggio palestinese e i primi cristiani non avrebbero certo potuto coniarla partendo dall’immagine rabbinica del discepolo che segue il maestro; da questa è nata una idea del tutto nuova, quella della sequela di Cristo. Quando, poi, il cristianesimo entrò nel mondo ellenistico, dove l’espressione religioso-filosofica di un fedele che segue il suo dio era conosciuta, allora il verbo e l’idea di acolutein erano già così saldamente applicati a esprimere il procedere al seguito del Gesù storico, che un’altra espressione religiosa  con l’appoggio di quei termini non si poteva più coniare. La ricerca statistica mostra che il termine nel suo significato pregnante è strettamente limitato a esprimere la sequela di Gesù. Esso ricorre esclusivamente nei quattro vangeli e una volta nell’Apocalisse. Qualche volta si tratta di un “seguire” esterno, detto di una folla che segue Gesù (Mc 3,7 par. Mt 8,10 par); ma il verbo è detto anche del discepolo (Mt  8,19). Il discepolo “lascia tutto” per andare dietro a Gesù (Mc 10.28 ; Lc 5,11). A questo punto è chiaro che questo acolutein significa aderire in senso che denota nuovi rapporti di vita (Mt 8,22; Lc 9,61 s) Il discepolo fa quello che faceva l’alunno dei rabbini: all’esterno la sua vita si svolge nello stesso modo; intimamente poi aderisce a Gesù: La parola mantiene quindi il suo valore tecnico, ma applicandosi a Gesù riceve un contenuto e un’impronta nuova. Nasce l’idea che vi è un unico rapporto di discepolo a maestro, quello che unisce il fedele a Gesù, e che solo questo rapporto può essere espresso dal verbo “seguire”. Il comando di Mc. 2,14 è un comando messianico. Questa sequela pone il discepolo sulle tracce del Messia e perciò è di sua natura un dono di ordine religioso: significa partecipare alla salvezza che si offre in Gesù. Lc 9.61, Mc 10,17.21 Io 8,12 e Apoc. 14.4. Ma lo stesso acolutein significa pure un prender parte al destino di Gesù. Mt 8,19 Mc 8,34 .

Lo stesso significa il contesto di Io 12,25.26. Le espressioni mostrano chiaramente che non si tratta affatto – come suppone un’interpretazione successiva – di un’imitazione tendente ad emulare il modello, ma esclusivamente di una comunione di vita e di sofferenza con il Messia, e innanzi tutto della comunione della sua salvezza.

Per capire fino a che punto il vocabolo si possa usare in senso figurato, si notino i seguenti due fatti apparentemente contradditori: 1) La tradizione conserva parole assolutamente chiare come Mt 10,38; Lc 14,27. 2) D’altra parte, la stessa tradizione ci attesta con eguale chiarezza che vi erano i discepoli i quali praticavano l’andare con Gesù . 3) Tanto più notevole è quindi la terza particolarità della tradizione , l’aver, cioè, piegato il verbo a designare gli eventi concreti della vita di Gesù in maniera così precisa che il sostantivo indicante la sequela (acolutesis ha questo significato) venne trascurato; il N.T. conosce solo il verbo, perché insiste sul fatto, non sul concetto. Non è quindi un caso che acolutein si trovi usato solo nei Vangeli, Sinottici e Giovanni, e solo per indicare il rapporto dei discepoli col Gesù della storia. Nelle lettere compaiono altre forme nelle quali l’accento è posto sul rapporto col Gesù glorificato, il kurios, e col suo pneuma. L’unico passo in cui il verbo semplice ricorre oltre ai Vangeli è Apoc 14,4 ed è una chara applicazione di Mt 10,38 a una determinata classe di credenti.

E’ parimenti caratteristico di questa nuova sfumatura assunta dal concetto, che nell’epoca apostolica l’atto del “seguire” non sembra attribuito ad altri al di fuori degli apostoli. Comunque sia gli Atti sia le altre fonti evitano ogni termine di questo tipo, sebbene segnalino l’esistenza di discepoli e di maestri (Barnaba- Marco); Paolo e la sua cerchia).

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