Akouo (blepo, orao) ossia l’udire dell’uomo, l’udire di Dio

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L’uso classico del genitivo (o delle preposizioni para, eros, ex) della persona che si ode e dell’accusativo della persona o cosa della quale si sente parlare, nel N.T. diventa ancor più sistematico; anche per “udire un rumore” il genitivo, più frequentemente nell’uso classico, cede all’accusativo, ma non scompare del tutto. Una tendenza analoga si nota già nei LXX.

  1. L’UDIRE DELL’UOMO

L’uso di akouo e dei suoi derivati nel N.T. rispecchia in parte l’importanza che la parola pronunciata o da udirsi ha nel mutuo rapporto tra Dio e l’uomo così come è concepito dal N.T. L’udire dell’uomo è la sua risposta alla rivelazione della parola e rappresenta quindi sostanzialmente la forma in cui la religione biblica si appropria la rivelazione divina.

  1. “Udire la rivelazione al di fuori del N.T.
  2. Nei misteri greci e nella gnosi orientale vien dato un forte rilievo soprattutto alla percezione della divinità attraverso la vista. Non che fosse assolutamente sconosciuto il concetto di un “udire” in senso religioso, ma il “vedere” è considerato più importante e essenziale. Per Filone il rapporto di valore tra l’altro di vedere e quello di udire è determinato significativamente dal fatto che il primo può essere erroneo e trarre in inganno , mentre l’altro no. In Apuleio vengono riferite molteplici rivelazioni verbali della divinità, ma nel passo che descrive il componimento del mistero vero e proprio si parla di “vedere”, di “avvicinarsi” di “pregare”, e non si accenna minimamente all’audizione di parole rivelatrici. La rivelazione si risolve nel vedere, non nell’udire. Allo stesso modo nella cosiddetta liturgia di Mitra tutto converge nell’apparizione finale del Dio. La sua vista rende l’iniziato paliugenomenos. Già nei misteri eleusini l’apparizione rappresentava il momento culminante, quando nell’oscuro telestorion pioveva dall’alto una viva luce e si poteva contemplare una teofonia.

Anche le raffigurazioni che ci son conservate di azioni e riti sacri confermano che il momento supremo e propriamente “sacro” del mistero o del culto si risolve in una percezione visiva. Dal fatto che nelle famose terrecotte e nel dipinto di villa Item il contenuto misterioso del ventilabro venga in un primo tempo coperto con un panno, rimosso poi nel momento culminante della celebrazione, si deduce appunto che il significato dell’azione è legato alla possibilità per l’iniziato di vedere il simbolismo degli oggetti ivi contenuti.

  1. Del tutto diverso è il significato dell’udire nella religione dell’A. T. e in quella giudaica, imperniate sostanzialmente sulla parola udita o da udirsi. Anche l’A. T. conosce l’espressione “guardare” Dio e il suo volto, applicata dapprima al tempio e alle cerimonie del culto, ma riferita poi anche all’esperienza dell’aiuto di Dio nelle difficoltà di ogni giorno. Tuttavia questa espressione legata in un primo tempo, al di fuori di Israele, a culti basati su immagini della divinità, è diventata parte così integrante della religione senza immagini propria di Israele, che indubbiamente in essa il “vedere” doveva essere inteso in un senso puramente metaforico e quindi essa in certo senso non rientra quasi nemmeno nel problema che andiamo esaminando. Un’effettiva visione della divinità diventa nella concezione religiosa dell’A. T. , un fatto sempre più inaudito e veramente annichilante. (Gen 19,26; 32,31: Ex 3,6; Iud 6,23). I casi in cui essa si verifica vengono presentati come eccezionali: Num 12,6 ss. Anche nel caso di Mosé l’eccezionalità delle visioni di Dio è sentita così fortemente, che la tradizione secondo cui egli avrebbe visto il volto di Dio e avrebbe parlato con lui “faccia a faccia (Ex 33,11; Num 12,8) si riduce a precisare che egli ha potuto vedere solo il dorso di Dio (Ex 33,20). Gli uomini con i loro occhi impuri non possono contemplare il Santo per eccellenza senza venir meno (Is 6,5). La visione di Dio è un evento escatologico destinato a compiersi quando Javé giungerà a Sion e gli uomini non avranno più labbra impure: Is 60,1 ss: Ier 19,26 ss. Quanto più si indebolisce il concetto di “vedere” tanto più si accentua l’importanza del concetto di “udire”. E’ già sintomatico a questo proposito che la teofania di Mosé venga sempre più insistentemente definita come un “parlare faccia a faccia” (Ex 33,11). In genere le visioni della divinità di cui si fa menzione vanno riducendosi a costituire un semplice sfondo delle rivelazioni verbali : Is 6,1 ss; Ez 1 ss; Am 9,1 ss. Quando Dio si manifesta visibilmente nelle teofanie lo fa soltanto per inviare il profeta a diffondere la sua parola e quindi in ultima analisi per farsi udire direttamente o indirettamente. Il fondamentale principio religioso è questo: “ascolta la parola del Signore” (Is 1,10; Ier 2,4; Am 7,16); “Ascoltate cieli; e tu, o terra, porgi l’orecchio, perché il Signore parla!” (Is 1,2); e la colpa maggiore che possa essere rimproverata è quella di “non (voler) ascoltare” (Ier 7,13; Hos 9,17). In questa prevalenza dell’udire si esprime l’essenza più profonda della religione biblica. Questa infatti è religione della parola perché è religione dell’azione, che significa obbedienza alla parola. Il profeta si fa portavoce delle parole che egli ha udito da Jahvé e che richiedono obbedienza e adempimento. L’uomo non è pio quando si affanna a cercare di comprendere Dio col pensiero o percepirlo con la vista; soltanto quando ascolta il comandamento divino e si sforza di adempierlo, allora “cerca il Signore” (Ier 29,13).  “O uomo, ti è stato dichiarato ciò che è buono, e che richiede il Signore da te se non che tu faccia ciò che è retto e ami la misericordia…?”.
  2. Il giudaismo presenta due tendenze. Nell’apocalittica assume naturalmente maggiore importanza la contemplazione escatologica di immagini collegate però sovente con l’audizione di parole per lo più servono a spiegarne il senso: Dan 7,17 ss; 8,16 ss; 4 Esd 4,26; 5,32; 9.38; 10, 38. Il rabbinismo invece dà grande rilievo all’udire in relazione soprattutto alla parola di Dio riferita nel testo sacro. Poiché il testo non vien letto in silenzio, ma recitato e discusso a voce alta, il suo studio rappresenta chiaramente un “udire” che la terminologia esegetica indica con una ricca gamma di espressioni: somea ani “io sono in ascolto” (di una parola del testo e della sua interpretazione); misma . “l’udire” ossia il senso letterale di un passo che si riconosce alla sua lettura; smua ciò che è percepito, cioè la tradizione halachica. Ma la forte consapevolezza che, al di là di ogni studio dei testi, è Dioi stesso che deve essere udito e la manifestazione della sua volontà, si esprime in modo chiarissimo nello sma, nel richiamo “ascolta Israele” come quotidiana professione di fede. I tre brani di esso che devono essere “ascoltati” (Deut 6,4-9; 11,13-21; Nume 15.37-41) trattano del mondo in cui vanno osservati i comandamenti di Dio. La contemplazione di Jahvé è riservata all’ora della morte e all’altra vita. Che un essere di questa terra, oltre a Mosé (Num 12,8), possa pretenderne la visione è quasi inconcepibile. Un contatto con Dio in questa vita è  possibile solo mediante lo studio della Torà e l’adempimento dei comandamenti. Chi assolve questi doveri “è come (!) uno che saluta il volto della schekinà” ( M. Ex 18,12).  Il fatto che qui il “vedere” sia preso come termine di paragone mostra più chiaramente di ogni altro esempio che esso non poteva essere oggetto di una affermazione diretta. Perciò anche l’evento che l’”anima palestinese” considera ancora come una manifestazione diretta, fisica e sensibile della divinità – la voce che dal cielo, ossia la bat qol – si risolve in un fatto uditivo, non visivo, che sostituisce in qualche modo l’ispirazione profetica ormai spenta. Ascoltando questa eco della voce di Dio (donde l’espressione bat qol= figlia della voce) gli uomini apprendono la volontà dell’Eterno o ricevono avvertimenti e consolazioni.
  3. L’ascolto della rivelazione nel N.T.
  4. L’uso di axouein e di axon nel N.T. acquista il valore proprio per questi addentellati veterotestamentari e giudaici. Anche la rivelazione del N.T. è “paola” che viene udita “messaggio”, “annuncio”. D’altra parte bisogna osservare che ora, in netta antitesi col giudaismo che era tutto intento a insegnare con la parola, ora diviene “parola” il fatto stesso, e questo non solo in Giovanni, ma anche nei Sinottici; Mt 11,4 ss 20 ss. Tuttavia non c’è alcun dubbio che le parole dell’A.T. anteriormente al primo cristianesimo furono realmente “udite” nel senso descritto dinanzi (Mt 5,21 ss e anche Gal 4,21); allo stesso modo è certo che la missione di Gesù e degli apostoli fu concepita e trattata anzitutto come un annuncio orale destinato ad essere ad essere ascoltato dagli uomini. In tutto il N.T. la funzione dell’udire è fortemente sottolineata, talvolta anche con maggiore vigore di quanto non accada per il vedere; Mc 4,24 ; Mt 11,4; 13,16; Lc 2,20; Act 2,33; 1 Io 1,1. Gli acousantes di heb 2,3 non sono altro che gli autoptai di Lc 1,2.  Non si descrive l’aspetto di Gesù – al riguardo i primi cristiani sembra non abbiamo avuto alcun interesse – ma si riferisce ciò che egli ha detto o fatto , ossia ciò che si è “udito”. E anche là dove si parla di ciò che si è “visto”, non si allude ad una messa in scena, bensì all’azione di Gesù, in cui diventa visibile l’essenza della sua missione. Le parabole della semente , in cui viene adombrata la vicenda della basileia ton ouranon, allegorizzano un fatto sostanzialmente imperniato sull’atto di ascoltare (Mt 13,1ss; Mc 4,26). Anche le visioni e gli avvenimenti riferiti come visti nel N.T. spesso rivelano il loro significato essenziale attraverso una voce che li accompagna, come è il caso della voce degli angeli che annuncia la natività e delle voci che si odono al battesimo e alla trasfigurazione (Mc 9,7), delle visioni di Paolo (2 Cor 12,3 Act 18,9) e dell’Apoc 1,3; 22,8).

Conforme all’uso dei profeti, il termine usato in senso assoluto può indicare addirittura quell’assimilazione interiore che o trasforma l’”udire” in “ascoltare, o può mancare nonostante la percezione uditiva esterna: Mc 4,9, Mc 4,12 par; Mc 8,18 Ez 12,12). Ma axcouein nel periodo apostolico diventa addirittura termine tecnico per la predicazione, per kerugma di Cristo, senza del quale non può sussistere la fede.

L’oggetto dell’”ascoltare” è determinato, come è naturale, dal contenuto del messaggio che viene annunciato.  Poiché il messaggio neotestamentario è insieme offerta di salvezza e imperativo morale, ascoltarlo vuol, dire accogliere la grazia e l’invito della penitenza. Ossia: l’ascolto effettivo e interiore si distingue dalla semplice percezione uditiva perché accende la fede(Mt 8,10); 9,2; 17,20 ecc) e induce all’azione (Mt 7,16.24.26; Rom 2,13 ecc). Non è qui il caso di trattare il rapporto tra i due modi di udire. Ma deve essere chiaro che nel N.T.  l’udire, inteso come percezione della volontà divina, si realizza veramente solo quando l’uomo , con la fede e con l’azione, obbedisce a quella volontà che è volontà di santificazione e penitenza. Così, come coronamento dell’udire , nasce il concetto dell’obbedire che consiste nel credere, e del credere che consiste bell’obbedire (Rom 1,5; 16,26).

  1. Sulla falsariga dell’A.T. tutto il N.T. concepisce l’escatologia più come un fatto visivo che uditivo e a questa concezione sono ispirati anche i racconti di Gesù risorto; egli infatti viene “visto” (1 Cor 9,1; 15,5ss). Anche questo particolare, conforme alla visione complessiva del N.T. , conferisce alla resurrezione del Cristo un valore escatologico. Si spiega così come giovanni , pur mettendo anch’egli in risalto l’”ascolto” (8,45; 18,37; 1 Io 2,7), dia un rilievo non meno forte al “vedere”  (Io 1,14; 1Io 1,1). L’immagine giovannea del Cristo nasce anche da questo vedere e descrive il Gesù storico e terreno nella prospettiva della resurrezione.

Ma questa visione del Cristo, se in Giovanni assume un particolare rilievo e un preciso valore tematico, è però sostanzialmente presente anche negli altri evangelisti. Il messaggio di Gesù al Battista suona in Mt 11,4: Gesù definisce beati in Mt 13,16 e la condanna di chi non accoglie il Regno è espressa in Mc 4,12. L’”udire” è sempre presente con un rilievo non meno spiccato che nei profeti. Ma ad esso si associa il “vedere”., e proprio in questa compenetrazione del vedere e dell’udire, che ha la sua sorgente e il suo centro nella persona di Gesù, è il tratto fondamentale che distingue la nuova realtà descritta dagli evangelisti sia dal giudaismo, per il quale ha valore soltanto l’insegnamento, sia dal profetismo che riceve e tramanda una rivelazione verbale. Il rimprovero di Gesù alle città impenitenti è motivato dal fatto che esse

Non solo non hanno ascoltato la sua predicazione, ma non hanno visto nelle sue opere quello che avrebbero dovuto vedere: Mt 11,20 ss. Già nella presenza terrena del Cristo, nella sua parola e nella sua opera si manifesta quel principio escatologico per cui accanto all’udire assume valore anche il vedere. Quindi nell’uso evangelico dei verbi che descrivono fatti sensibili si rispecchia l’interpretazione protocristiana della rivelazione attuatasi in Gesù. Il nucleo essenziale di questa concezione, in cui consiste la sua novità, deriva principalmente non dai motivi delle teofanie gnostico-ellenistiche, ma proprio dall’interpretazione escatologica della realtà del Cristo.

 

  1. L’UDIRE DI DIO

 

Acouein significa l’atto con cui Dio ode e insieme esaudisce e risponde alla preghiera che l’uomo osa rivolgergli. Nel N.T. l’uso del verbo e dei composti complessivamente non è molto diffuso. Il fatto che  eisacouo in questo senso si trova usato soltanto al passivo potrebbe essere addirittura indizio di una certa riluttanza ad attribuire direttamente a Dio l’azione di “udire”. Notevole è la mancanza quasi assoluta di epacouo e l’assenza completa di epecoos, il termine più diffuso nell’ellenismo per indicare la divinità che esaudisce. L’attributo degli teoi epecooi pagani viene evitato.

Il concetto però, essendo pienamente conforme all’idea neotestamentaria della divinità, è spesso formulato tranquillamente, non solo in riferimento a Gesù: Io 11,41 e non solo nella citazione anticotestamentaria di Act 7,34 = Ex 3,7, ma anche in libero riferimento a Dio che ascolta gli uomini: Io 9,31; 1Io 5,14 s.

 

Acoluteo ed epestai ossia il seguire o l’essere sequela

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  1. Acoluteo e pestai nella grecità

Già nella grecità profana dal significato di seguire, andar dietro a qualcuno è derivato quello di seguire in senso spirituale, morale, religioso. Si segue l’oratore col pensiero (Thuc. III 38,6; il saggio, Aristot. , Eth. M. II 6 p. 1203 b19 s: l’amico, B.G. U. 1079, 10.26. Parimenti chi segue è il servo e lo schiavo , Ps Arist in Rhet. Graec. II 519, 13 (Spengel), e anche l’amante, Plat. Phaedr 232 a.

Nel linguaggio religioso- filosofico ricorre Acoulutein psichei (Epict. Diss. I 6,15) oppure teo M. Ant. 7,31; Epict. I 30,4. Ma per indicar l’atto di seguire il dio viene più spessp usato epestai, che manca nel N.T. Questo significa che si diventa simili al dio agendo come lui. Plat, Phaedr. 248. In modo particolarmente suggestivo trova espressione questo significato di pestai in quei versi stoici che Epitteto ha collocato alla fine del suo Encheiridion (53,1).

  1. Il concetto di “seguire”nell’A. T. e nel giudaismo

Il termine corrispondente ad acoluteo ed epestai nella letteratura ebraica è halak   ahare. I LXX di regola traducono letteralmente: porenestai opiso. Però anche nei casi, relativamente rari, in cui traducono con axoloutein essi sentono l’influsso dell’espressione ebraica, aggiungendo al verbo l’avverbio opiso: 3 bas 19,20; Hos 2,5, Is 45,14. Tale costrutto manca in tutta la grecità profana e anche presso Giuseppe che, per esempio, dall’ebraico  w el ka  ahareka tradotto dai LXX con acolouteso (Eliseo) opiso sou (3 Bas 19,20), forma il consueto dativo greco. Invece la costruzione ebraica in Mt 10,38 corrisponde parallelamente a Mt 16,24 par.

  1. L’uomo devoto che segue Dio

Nell’A. T. la locuzione halak ahare ha ricevuto la sua particolare impronta per il fatto che – principalmente in Osea, Geremia e negli strati deuteronomistici – è diventato un termine tecnico per indicare l’apostasia e il paganesimo. L’andar dietro ad altri dei rappresenta “la colpa fondamentale del popolo eletto”, l’origine di tutte le prove: Iud 2,12; Deut 4,3; 6,14; 1 Reg 21,26 Ier 11,10 ecc. In Osea la locuzione è collegata con l’immagine dell’adulterio che domina la sua predicazione: Israele va dietro agli amanti e si dimentica dello sposo: Hos 1,2; 2,7.15. L’espressione “seguire Jahvè” rimane decisamente in ombra di fronte a quest’altra : “”andar dietro agli amanti”. Talvolta l’immagine viene usata in un contesto deuteonomistico: Deut 1,36; 13,5; 1 Reg 14,8, e Reg 23,3 = 2 Chr 34,31. Ma il Deuteronomio non dice che Israele deve “camminare dietro Jahvé”, bensì “camminare lungo la sua strada” (Deut 5,30) ecc). Quell’immagine possiede una forte accentuazione soltanto in 1 Reg 18,21, dove l’espressione andate dietro a lui è detta in riferimento a Jahvé   per reminiscenza dell’andare dietro a Baal e dell’alternativa tra Jahvé e Baal e dell’alternativa tra Jahvé e Baal posta da Elia. E’ strano come non eserciti alcuna influenza il pensiero che deriva ovviamente da Ex 13,21, cioè che gli Israeliti seguivano nel deserto Jahvé che li precedeva. L’unica volta che si parla di una sequela al tempo del deserto (Ier 2,2) l’espressione non appare legata all’immagine di Jahvé che precede, ma a quella degli sponsali; così nasce un’espressione che richiama quella di Osea, ma assume una forma positiva: “Mi ricordo del tuo amore di sposa allorché mi seguivi nel deserto”. Sembra quasi che la frase “seguire Jahvé” incontrasse qualche difficoltà, in quanto l’immagine del “seguire” richiamava spontaneamente l’idea di “andar dietro a divinità pagane”. Forse ci si ricordava anche che l’espressione traeva la sua origine dalle processioni dei credenti pagani dietro l’immagine del dio. Questo potrebbe anche spiegare come mai l’immagine del popolo che segue l’arca santa non sia espressa in un preciso linguaggio religioso, sebbene l’arca nel viaggio attraverso il deserto precedesse Israele (Num 10,33 ss) e anche nel culto a Gerusalemme fosse il centro delle processioni (1 Sam 6,12 ss).

A questi dati dell’A. T. corrispondono quelli della letteratura rabbinica. La concretezza del pensiero non consente di descrivere plasticamente l’atto di seguire Dio, poiché questa immagine urta contro l’idea della divina trascendenza. Quando l’immagine ricorre (come, per es. , nell’esegesi di Deut 13,5) viene presentata come sinonimo dell’imitazione di Dio, che invece è tutt’altra cosa. “E’ mai possibile a un uomo andar dietro la shekinà ? Sta pur scritto: “infatti il Signore tuo Dio è un fuoco divoratore” (Deut 4.24) (b Sot 14 a) . “E’ mai possibile per la carne e il sangue camminare dietro al Santo – sia Egli benedetto?  Di lui sta pur scritto : “nel mare è la tua strada..” (Ps 77,20) … Ed è poi possibile per la carne e il sangue salire al cielo e unirsi alla Shekinà? Di essa sta pur scritto “infatti il Signore, tuo Dio, è un fuoco divorante ( Deut 4,24)” (Lev r 25 e 19,23). La risposta alla domanda è questa : “tutto ciò significa seguire gli attributi di Dio” (b Sot 14 a).

L’argomentazione può valere o come un richiamo alla storia, nel senso che Israele doveva piantare alberi nella sua terra a imitazione di quanto Dio faceva nel giardino dell’Eden (Lev r  25), oppure come un richiamo al dovere etico che il credente ha di rivestire gli ignudi, allo stesso modo di Dio che rivestì gli infermi, come Dio visitava Abramo , di consolare gli afflitti, come Dio consolava Isacco, di seppellire i morti come Dio seppellì Mosé (b Sot 14 b).

Con ciò il seguire Dio è diventato pura imitazione, concetto che per lo più viene indicato con altre espressioni (come dmh, “esser simile”). Il problema che la teologia rabbinica può prospettarsi a questo punto è di natura del tutto diversa, cioè se l’uomo già in questo mondo possa realmente essere simile a Dio, oppure se questo si debba riservare al mondo futuro.

Filone al contrario, nell’uso dei due termini segue del tutto la linea dell’uso greco. Seguire, per lui come Epitteto, è prestare attenzione a Dio e alla psisis. Invece Giuseppe non ha un uso pregnante di axolutein che meriti di essere ricordato. Detto di discepoli che seguono il maestro, il verbo ricorre solo a proposito di Eliseo come un’eco del racconto dell’A.T. (Ant 8,354). Piuttosto egli pone in rilievo un rapporto con nomos parlando dell’ubbidienza alla legge divina (Ap 2,200, Ant 9,187; 11, 124 ecc).

  1. Il discepolo in quanto “segue”

Il verbo “seguire” nell’A. T. è detto di chi tiene  dietro a una persona di riguardo, cosa da principio non implica alcun valore religioso. Il guerriero segue il capo, come nel caso di Abimelech (Iud 9,4.49); la donna segue l’uomo, la sposa lo sposo (Ier 2,2; ) il discepolo Eliseo segue il maestro Elia (1 Reg 19,20 s ) Anche questo “seguire” non indica che un servizio , come attesta chiaramente l’espressione successiva “e lo serviva”: il discepolo accompagna il maestro come un vero e proprio servitore.

Quest’ultimo tipo di sequela normale per i rabbini, in quanto la società rabbinica è caratterizzata dal rapporto tra maestro e discepolo. In numerose narrazioni tradizionali vien sempre descritto lo stesso ordine: il rabbino, o i rabbini, procedono a piedi o cavalcano un asino; il discepolo , o i discepoli, vengono dietro ad essi a debita distanza S. Deut 305 a 31,14). La forma è sempre la stessa dai primi testi fino a quelli tardivi, sia che il maestro risulti uno dei grandi del sec. I, come Gamaliele o Johaban ben Zakkai, sia che la scena si riferisca a Eleazar ha- Qappar o a Rab – Uqbà, rabbini del III sec. Anche quando il discepolo che segue è figlio del maestro la disposizione non cambia:R. Ismaele, R. Eleazar ben Azarjà e R. Aquibà procedevano lungo il cammino e Levi l’ordinatore e R. Ismaele, figlio di R. Eleazar ben Azarjà, procedevano lungo il cammino dietro ad essi” (M. Ex 31,12). Mai in nessun passo vi è traccia di una idealizzazione di questa immagine o di una sua interpretazione teologica.

  1. ACOLUTEIN NEL N.T.

Nel N.T. l’oggetto del verbo “seguire” non è mai Dio. L’espressione non ricorre nel linguaggio palestinese e i primi cristiani non avrebbero certo potuto coniarla partendo dall’immagine rabbinica del discepolo che segue il maestro; da questa è nata una idea del tutto nuova, quella della sequela di Cristo. Quando, poi, il cristianesimo entrò nel mondo ellenistico, dove l’espressione religioso-filosofica di un fedele che segue il suo dio era conosciuta, allora il verbo e l’idea di acolutein erano già così saldamente applicati a esprimere il procedere al seguito del Gesù storico, che un’altra espressione religiosa  con l’appoggio di quei termini non si poteva più coniare. La ricerca statistica mostra che il termine nel suo significato pregnante è strettamente limitato a esprimere la sequela di Gesù. Esso ricorre esclusivamente nei quattro vangeli e una volta nell’Apocalisse. Qualche volta si tratta di un “seguire” esterno, detto di una folla che segue Gesù (Mc 3,7 par. Mt 8,10 par); ma il verbo è detto anche del discepolo (Mt  8,19). Il discepolo “lascia tutto” per andare dietro a Gesù (Mc 10.28 ; Lc 5,11). A questo punto è chiaro che questo acolutein significa aderire in senso che denota nuovi rapporti di vita (Mt 8,22; Lc 9,61 s) Il discepolo fa quello che faceva l’alunno dei rabbini: all’esterno la sua vita si svolge nello stesso modo; intimamente poi aderisce a Gesù: La parola mantiene quindi il suo valore tecnico, ma applicandosi a Gesù riceve un contenuto e un’impronta nuova. Nasce l’idea che vi è un unico rapporto di discepolo a maestro, quello che unisce il fedele a Gesù, e che solo questo rapporto può essere espresso dal verbo “seguire”. Il comando di Mc. 2,14 è un comando messianico. Questa sequela pone il discepolo sulle tracce del Messia e perciò è di sua natura un dono di ordine religioso: significa partecipare alla salvezza che si offre in Gesù. Lc 9.61, Mc 10,17.21 Io 8,12 e Apoc. 14.4. Ma lo stesso acolutein significa pure un prender parte al destino di Gesù. Mt 8,19 Mc 8,34 .

Lo stesso significa il contesto di Io 12,25.26. Le espressioni mostrano chiaramente che non si tratta affatto – come suppone un’interpretazione successiva – di un’imitazione tendente ad emulare il modello, ma esclusivamente di una comunione di vita e di sofferenza con il Messia, e innanzi tutto della comunione della sua salvezza.

Per capire fino a che punto il vocabolo si possa usare in senso figurato, si notino i seguenti due fatti apparentemente contradditori: 1) La tradizione conserva parole assolutamente chiare come Mt 10,38; Lc 14,27. 2) D’altra parte, la stessa tradizione ci attesta con eguale chiarezza che vi erano i discepoli i quali praticavano l’andare con Gesù . 3) Tanto più notevole è quindi la terza particolarità della tradizione , l’aver, cioè, piegato il verbo a designare gli eventi concreti della vita di Gesù in maniera così precisa che il sostantivo indicante la sequela (acolutesis ha questo significato) venne trascurato; il N.T. conosce solo il verbo, perché insiste sul fatto, non sul concetto. Non è quindi un caso che acolutein si trovi usato solo nei Vangeli, Sinottici e Giovanni, e solo per indicare il rapporto dei discepoli col Gesù della storia. Nelle lettere compaiono altre forme nelle quali l’accento è posto sul rapporto col Gesù glorificato, il kurios, e col suo pneuma. L’unico passo in cui il verbo semplice ricorre oltre ai Vangeli è Apoc 14,4 ed è una chara applicazione di Mt 10,38 a una determinata classe di credenti.

E’ parimenti caratteristico di questa nuova sfumatura assunta dal concetto, che nell’epoca apostolica l’atto del “seguire” non sembra attribuito ad altri al di fuori degli apostoli. Comunque sia gli Atti sia le altre fonti evitano ogni termine di questo tipo, sebbene segnalino l’esistenza di discepoli e di maestri (Barnaba- Marco); Paolo e la sua cerchia).

Riprende a settembre lessicocristiano.it dopo la pausa estiva — Quaccheri cristiani ecumenici per fare il bene

Si sta per concludere la prima tappa sul socialismo religioso: entro il primo settembre si riprendono i lavori mastodontici della digitalizzazione dell’esegesi neotestamentaria in 16 volumi. Verrà poi alimentata nel corso dei mesi che ci portano alla fine del 2016. Sono comunque tanti gli anni di fronte a questo impegno di elevata cultura cristiana in […]

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