Agopazo o riscatto in formato pdf o doc

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Agopazo

  1. Il riscatto sacrale degli schiavi

Nel riscatto sacrale degli schiavi, di cui abbiamo un’eccellente testimonianza nelle iscrizioni di Delfi, il dio compera lo schiavo del suo proprietario per metterlo in libertà. Si tratta di una finzione di compera intesa a garantire giuridicamente il riscatto. Il venditore però riceve effettivamente da qualcuno il prezzo competente, anche se soltanto per via indiretta. Il dio non agisce di sua iniziativa per amore verso lo schiavo, ma funge solo da intermediario nella concessione di una libertà che in genere lo schiavo si è conquistata da sé- Normalmente infatti il riscatto sacrale è soltanto una veste giuridica dell’autoemancipazione dello schiavo. Il documento relativo a tale riscatto in genere è redatto nei seguenti termini. Data. N.N. vendette ad Apollo Pizio uno schiavo di sesso maschile di nome X.Y. per un prezzo di tante mine affinché fosse messo in libertà (oppure: a condizione che fosse libero, ecc.). Seguono poi transazioni particolari e i nomi dei testimoni. Istruttiva è l’iscrizione delfica del 200-199 a. C. , in cui Apollo figura di compratore di una schiava, ma alla fine l’esplicita affermazione rivela chiaramente il carattere fittizio di tale compera; in realtà la schiava stessa si è riscattata, ossia ha versato la somma necessaria ai sacerdoti, che in cambio le hanno concesso la libertà. Il nome di Apollo serve soltanto a garantire la irreversibilità dell’emancipazione. L’importanza di questo riscatto sacrale non deve essere sopravvalutata, perché accanto ad esso vigeva anche il riscatto profano che, con ogni verosimiglianza, era di gran lunga il più comune. Perciò quando si legge che uno schiavo è stato comprato perché sia messo in libertà non sempre si tratta di un riscatto sacrale.

Il giudaismo, pur non praticando – a quanto sembra  – affrancamento sacrale degli schiavi del tempio, conosceva tuttavia l’idea religiosa del riscatto. A Num. 115 a 15,41: “ Quando (il re) lo riscattò (il figlio del suo amico), non lo riscattò come uomo libero, ma come schiavo, per potergli dire nel caso che quello volesse imporgli qualcosa a cui egli non volesse sottostare: tu sei il mio schiavo … ancora: quando il santo – sia lodato – riscattò il seme di Abramo , suo Amico , non lo riscatto come suo figlio, ma come suo schiavo, per potergli dire nel caso che quello volesse comandare qualcosa ed egli non volesse obbedire: siete miei schiavi.

  1. Agorazo

Da Agorà “mercato” comperare. Nel N.T. è termine frequente per indicare relazioni commerciali.

  1. La ripetizione quasi letterale di 1 Cor 6,20 in 7,23 e il fatto che in entrambi i casi l’espressione sia usata sic et simpliciter senza altra specificazione o temperamento, fa ravvisare in essa una specie di parola d’ordine di Paolo. Il concetto fondamentale in tutte e due i passi  è che i cristiani sono liberi (6,19), ma sono proprietà di Cristo (7,23). Non è detto però, a ragion veduta, chi li ha comprati, da chi sono stati venduti e a quale prezzo.  All’apostolo infatti interessa unicamente il fatto che i cristiani sono stati “comperati” e che quindi sono strettamente dipendenti da Dio e dal Cristo, mentre devono essere liberi nella loro coscienza di fronte agli uomini (7,23. Questa che abbiamo definito “la parola d’ordine” di Paolo presuppone – ma non racchiude – tutta la sua dottrina soteriologica . Poiché in entrambi i passi i cristiani sono presentati non come liberi, ma come schiavi, e non sono quindi “comperati”, il senso dell’espressione paolina si illumina sufficientemente con il comune mercato degli schiavi ed è quindi superfluo ricorrere alla pratica dell’emancipazione sacrale. Si possono invece confrontare utilmente le parole citate di S. Num 115 a 15,41.

Nell’inno di Apoc 5,9 il verbo indica la grande opera dell’Agnello. Perciò viene anche precisato in che modo, da chi, e per chi l’agnello ha acquistato gli uomini. Non bisogna però cercare nell’inno una specifica soteriologia cristiana.

  1. In Apoc 3,18 si legge che la comunità deve agorastai da Cristo dell’oro ecc. Il passo non allude tanto a una elargizione gratuita, come in Is 55,1 (“…comprate senza denaro”) quanto al ripudio di un possesso lllusorio in cambio di uno reale (3,17).

 

  1. Exagorazo

. Nel senso di riscattare non è attestato nei LXX, ma si trova nella lingua profana; per es. Diod S 362 Dindorf V 213. Fuori dal cristianesimo la parola non è usata nella terminologia cultuale. Manca in Giuseppe. Il Giudaismo vede nella sofferenza del giusto un mezzo di espiazione ma non arriva a concepire il dolore come strumento di riscatto.

Nel N.T. il verbo indica il sacrificio redentore del Cristo (Gal 3,13; 4,5). Il concetto basilare è analogo a quello di agorazein, solo che in questo caso l’acquisto non si risolve in un passaggio in proprietà di Dio, ma nell’affrancamento dalla Legge e dal peso della sua “maledizione”, concepiti come una “schiavitù”.(4,1.3.7). E’ evidente in ciò l’analogia con il riscatto sacrale degli schiavi, ma si tratta di una somiglianza permanente esteriore e superficiale, in quanto, nella concezione di Paolo, Cristo, a differenza dei fittizi acquisti del Dio di Delfo, ha effettivamente pagato il riscatto degli uomini e al prezzo più alto che si possa immaginare. Perciò la redenzione operata dal Cristo è meglio paragonabile alla comune emancipazione degli schiavi, perché tanto nell’una come nell’altra il fattore determinante è l’effettivo acquisto. Appunto perché regolarmente agata la libertà dalla “maledizione” della Legge donata dal Cristo agli uomini è una libertà non solo de facto, ma anche de jure, e in ciò consiste la garanzia della sua irreversibilità. I diritti della Legge sono stati soddisfatti ed essi possono essere ormai considerati decaduti in quanto la Legge non è la prima o l’ultima parola rivolta da Dio all’umanità, ma soltanto un valore contingente e finito (4,2; 3,17). Il rapporto fra Dio e l’uomo, da Dio voluto ancor prima della Legge e quindi da considerarsi l’unico veramente e assolutamente valido, è un altro: è la giustificazione attraverso la Fede, 3,6-14, ossia la figliolanza adottiva di Dio (3,24s; 4,1-5).

Ma il passaggio dell’uomo dalla subordinazione alla Legge alla figliolanza adottiva di Dio e alla giustificazione attraverso la fede non è avvenuto per una semplice dichiarazione di Dio, ma attraverso un proprio riscatto (3,13; 4,15). Infatti nella “maledizione della Legge” si concreta il santo volere di Dio riguardo ai peccatori e lo conferma il fatto che quest’ordine rimane valido e efficace, per quanti vanno in perdizione, per tutta l’eternità (Rom 2,5-10 passim). Il significato della metafora paolina del riscatto è proprio questo: nel trapasso della schiavitù della Legge alla figliolanza adottiva di Dio e alla giustificazione attraverso la fede si è manifestato concretamente e compiutamente quel santo volere di Dio che si esprime nella Legge e nella sua “maledizione”. Perciò nessuno può ottenere in Gesù la remissione dei peccati senza che in pari tempo gli sia manifestato anche il giudizio  che Dio pronuncia contro la sua condizione di peccatore; questo giudizio è presente in Cristo Crocefisso. Che si tratti di una metafora è dimostrato dal fatto che è evidentemente assurdo chiedersi chi abbia ricevuto il prezzo di tale riscatto.

Qualora si consideri l’eXegorasen da un punto di vista puramente obbiettivo (prescindendo affatto da noi, che grazie ad esso siamo diventati, con la penitenza e la fede, amici di Dio) il riscatto si presenta come un negozio giuridico fra Cristo e Dio, del quale noi uomini non siamo altro che l’oggetto. Sorgono allora tutti i problemi relativi al senso, alla necessità e alla possibilità di un simile negozio giuridico. Ma Paolo non dà nessuna risposta a queste difficoltà. Le sue affermazioni – e quindi il suo pensiero – prescinde da questa considerazione obbiettiva della redenzione che egli vede invece, a parte hominis, come qualcosa che è avvenuto in noi e per noi e non in Dio  e per Dio. Anche se la crocefissione è il supremo atto di umiliazione e di obbedienza a Dio da parte di Cristo (Phil. 2,8), la rivelazione della giustizia e dell’amore divino (Rom 3,25, 5,8), pur tuttavia per Paolo la croce di Cristo non è tanto uno scotto pagato a Dio quanto uno strumento della sua azione salvifica. Dio, insomma, nella croce di Gesù non è ricettivo ma attivo. Perciò, anche se eXegorasen non ha valore e significato esclusivamente nella coscienza religiosa dell’uomo o come fatto storico, ma anche e soprattutto davanti a Dio e per Dio, essendo servizio reso da Gesù a Dio e agli uomini, nondimeno a rigor di termini tale azione rimane una operazione divina compiutasi in noi. Essa non è un servizio reso a Dio e agli uomini nello stesso senso. Bisogna guardarsi dal fare di questo “riscatto” un mito, considerandolo un fatto puramente trascendente che sugli uomini ha soltanto una ripercussione, esso esprime invece un’azione salvifica  compiuta da Dio in noi. Con il mito Paolo ha in comune soltanto l’uso di un linguaggio concreto e realistico per indicare la comunione fra Dio e l’uomo. Ma la sua non è una fantasia religiosa, perché egli non parla di un Dio esclusivamente trascendente, bensì del “nostro” Dio, ossia del Dio che vive a agisce in noi.

Una interpretazione di eXegorasen che non riconosce nel verbo alcun contenuto oggettivo vizia gran parte della letteratura esegetica e teologica relativa al nostro passo . Va detto però che, su questa via, l’interpretazione del Lietzmann, secondo cui i riscattati sono tutti gli uomini, è pur sempre migliore di quella dello Hofmann, per il quale redenti sono i soli Giudei (vedi anche Sieffert, Zahn, Kafcan). La prima infatti contiene un motivo valido per i lettori di tutti i tempi, mentre la seconda svuota il passo attribuendogli un significato angusto e contingente.

  • . eXegorazo conforme al valore EX in molti composti , può avere anche il significato intensivo di “comprare tutto”, “esaurisce la possibilità di compera”. Così in Col 4,5 ; Eph 5,16 si indica il complesso di possibilità offerte dal tempo. Queste possibilità devono essere “senza residuo” sfruttate, ossia tesoreggiate per la vita eterna con il pagamento di un “prezzo”, vale a dire con la concentrazione e lo sforzo di volontà.

Il significato del passo in questione non è certo quello di “esaurire il tempo”: voi comprate, ossia cercate di guadagnare, tempo. Si tratta probabilmente di una espressione proverbiale. Ma comunque i traduttori greci abbiano inteso il testo aramaico il loro uso di eXegorazo è diverso da quello di Paolo.

 

 

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