A

Alfa e Omega

E’ l’accostamento, tipico dell’Apocalisse, della prima e dell’ultima lettera dell’alfabeto greco. In bocca a Dio.

E’ probabile che la contrapposizione alfabetica sia un eco della speculazione ellenistica che potrebbe essere giunta all’autore dell’Apocalisse o direttamente dall’Asia Minore o mediatamente –come certi fan pensare – attraverso il giudaismo palestinese. Ma di queste concezioni ellenistiche (riguardanti i predicati dell’Eone* Dio) non vi sono tracce nell’Apocalisse o, se vi sono, non sono riscontrabili; Alfa e Omega per l’autore dell’Apocalisse non è altro che l’espressione più concisa e semplice dell’antitesi caratteristica dell’Antico Testamento. Coerente alla sua convinzione fondamentale, l’autore cristiano della Apocalisse riferisce ora a Dio ora a Cristo quel predicato di perfezione suprema che è la concezione anticotestamentaria e profetica riservata a Dio.

Simboli alfabetici si trovavano sia nell’ellenismo che nel giudaismo rabbinico. L’ellenismo indica con le lettere dell’alfabeto la giornata religiosa, di dodici o ventiquattro ore , degli egiziani e designa inoltre con l’alfabeto, le costellazioni zodiacali. Poiché l’alfabeto greco ha 24 segni si dovettero attribuire due lettere ad ogni costellazione. Si ebbero così due sistemi: nel primo venivano accoppiate la prima e la tredicesima lettera, la seconda e la quattordicesima, nel secondo si univano la prima e la ventiquattresima, la seconda e la ventitreeisima. Quest’ultima combinazione fu trasferita dallo gnostico Marco. Tutto il sistema poi indicava l’universo. Riferendo a Dio la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto l’autore dell’Apocalisse non farebbe che trasporre i predicati dell’Eone Dio.

I rabbini conoscono quattro usi diversi della prima e dell’ultima lettera dell’alfabeto:

  1. Vi è l’espressione tradizionale “osservare la Torà da ‘alef a tau” che significa osservare tutta la Torà. Poiché l’autore dell’Apocalisse non pensava certo all’equazione Cristo =Torà, il suo Alfa /Omega non può avere questo significato.
  2. Una località è l’alfa (‘alfa’) ossia la migliore per olio, farina, vino, ecc. Poiché il nome della lettera greca, seppure in contesto ebraico, è preso come vocabolo greco, l’espressione dev’essere stata composta in alfabeto greco o in una discussione fra Greci. Entrambe le espressioni dimostrano che l’uso simbolico della prima e dell’ultima lettera non era estraneo al giudaismo del periodo tannitico*.
  3. Sono del sec. III d.C. i sistemi alfabetici di Albam e di Atbash. Servivano esclusivamente allo scambio delle lettere per la scrittura segreta e forse per esercizi mnemonici nella scuola, non hanno più nessun valore astrologico. La tradizione dice che furono introdotti da ambienti stranieri.
  4. Una argomentazione intensa a stabilire che ‘MT (‘emet) “verità” è il sigillo di Dio perché composta dalla prima lettera dell’alfabeto (‘), dalla mediana (M) e dall’ultima (T) – cosa che sarebbe conferma di Is. 44,6 – si trova solo a partire dal sec. III d.C. : ma ciò non esclude che non possa essere più antica in Gn. L’uso della lettera m, che è al centro dell’alfabeto greco di ventiquattro lettere ma non di quello ebraico, che ne ha ventidue, mostra che qui si fa ricorso a speculazioni ellenistiche; lo stesso si dica della spiegazione del “mezzo” che si inserisce fra “il primo” e l’l’ “ultimo”, che non si trova in Is. 44,6 ma è presente in greco. Giudaico invece è l’accostamento ad Is. 44,6 e l’interpretazione alfabetica di “verità” (che si adatta solo alla parola ebraica). Perciò lo gnostico ellenistico Marco (contemporaneo di Ireneo) che interpreta alfabeticamente è indubbiamente influenzato dal linguaggio giudaico o cristiano. Quindi la teoria giudaica è più antica di Marco, e di conseguenza anche della codificazione della nostra tradizione.L’autore dell’Apocalisse probabilmente ha attinto il simbolismo di Alfa e Omega non direttamente dall’ellenismo, ma passando attraverso il pensiero palestinese. Di ciò abbiamo due indizi probanti: 1) il richiamo di Is. 44,6 conforme alla speculazione rabbinica; 2) il fatto che egli risalga alla forma ebraica della parola e non a quella della versione dei LXX 
  5. Il periodo tannitico è quello che segue quello Zugot e precede Amora’im
  6. (G. Kittel, sono omesse le parti in greco)

Abba

  1. ‘abbà’ nel giudaismo

In aramaico “abbà” è lo stato enfatico di ‘ab = padre. Nell’uso costante del periodo mishnico e targumico esso è pure la forma con il suffisso pronominale di prima persona singolare (padre mio) vedi Dan 5,13 , e può essere anche la forma con quello di prima persona di prima persona plurale (padre nostro). La parola può essere anche un titolo (esiste un elenco di rabbini con questo nome) e nome proprio (sarebbe l’abbreviazione del nome Abramo, col motivo del religioso rispetto). Non è mai riferito a Dio , mentre nella formula “padre mio che sei nel cielo” si è conservata la forma ‘abi.

L’uso profano di ‘abbà’ è così assodato che non soltanto si trova come traduzione dell’ebraico ‘abi nei Targum aramaici (Gen, 20,12 ecc) ma è penetrato anche nell’ebraico della Mishnà , per es. in bocca di Raban Gamaliel e di altri: bet ‘abbà’ “casa di mio padre”. E’ particolarmente significativo il fatto che uniti ad ‘abbà’ possono trovarsi sia il termine ebraico senza suffisso hà ‘àb, sia le forme con suffisso normale ‘abi (fratello mio), b’nì (figlio mio), ‘abikà (padre tuo). Se muore il figlio (habbèn) o se muore il padre. La Mishnà mostra pure che ‘abbà’ può essere detto anche da più figli e può quindi avere anche il significato di “nostro padre”. “Essi dicevano: vedete ciò che nostro padre (‘abbà’) ci ha lasciato”. “Giuriamo che nostro padre (‘abbà’) non ci ha ordinato (come sua ultima volontà) , che nostro padre (‘abbà’) non ci ha detto (prima) e che fra le carte di nostro padre (‘abbà’) non abbiamo trovato che questa fattura sia stata pagata”.

L’uso di ‘abbà’ nello stile religioso è attestato solo raramente e molto tardi e comunque mai senza l’aggiunta dell’espressione “che sei nei cieli”.

  1. àBBà nel cristianesimo primitivo

Con ogni probabilità Gesù usa la parola ‘Abbà’ non solo quando ciò è esplicitamente attestato (Mc 14,36) , ma tutte le volte che i Vangeli specialmente nelle invocazioni a Dio, gli fanno dire Mt.11,26, Lc 11,2, Mt 26,53 e Mt 26,39-42. Egli riferisce quindi a Dio il vocabolo che ai suoi contemporanei sembrava troppo umile e irreverente perché usato nella conversazione famigliare quotidiana. Si tratta del “semplice discorso del figlio al padre “. Secondo il Crisostomo, dottore della Chiesa , Teodoro e Teodoreto, che erano siri, i bambini solevano rivolgersi con Abbà.

L’uso del termine aramaico nelle lettere di Paolo, scritte in greco (Rom 8,15; Gal 4,63) può essere dovuto a una reminescenza linguistica, o forse rieccheggia l’inizio del Padre nostro. Comunque è certo che l’uso della parola della chiesa primitiva si riallaccia alla definizione di Dio data da Gesù e indica l’adesione al nuovo tipo di rapporto fra Dio e l’uomo predicato e vissuto da Cristo. Il confronto con l’uso giudaico dello stesso termine mostra come il concetto cristiano del rapporto di figliolanza fra l’uomo e Dio sia infinitamente più intimo di tutte le concezioni giudaiche in merito, anzi si presenti rispetto ad esso come qualcosa di assolutamente nuovo

(G. Kittel, c.s.)

Abel

A . la tradizione del Giudaismo

Gen 4,3 ss narrando l’uccisione di Abele da parte di Caino non accenna minimamente ad una differenza di pietà o di livello morale fra i due fratelli. Riferisce soltanto il fatto che Dio accettava i sacrifici di Abele e non quelli di Caino per cui questi, infuriato , uccise il fratello. Ma la tarda esegesi giudaica ha visto quasi sempre nel racconto della Genesi un contrasto morale fra i due fratelli, per cui Abele sarebbe stato pio, Caino empio. In tal modo la narrazione fu inserita nello schema dualistico predominante nel tardo giudaismo, che divideva gli uomini in due categorie.

In Tanh (Buber) si legge: “ sette giusti che hanno costruito sette altari da Adamo a Mosè e furono bene accetti: 1. Adamo, 2.Abele…”. Analogamente T. Sotà 4,19 inserisce Caino in un elenco di empi. Anche il dialogo fra Caino e Abele, che in Gen 4,8 precede l’uccisione, denota lo stesso contrasto. Filone riveste questa opposizione con i concetti dell’etica stoica. In Gen 4,4 non è detto neppure come si manifestasse l’accettazione e il ripudio dei sacrifici. Soltanto in Teodozione e poi nei padri della Chiesa si trova una spiegazione: cadde fuoco dal cielo e consumò il sacrificio di Abele, ma non quello di Caino. La letteratura rabbinica, Filone e Giuseppe ignorano questo particolare, che si trova solo nell’esegesi giudaica medioevale.

Perché Dio accettava il sacrificio di Abele e non quello di Caino? Giuseppe Flavio, Ant 1,54, risolve razionalisticamente il problema: Dio si compiaceva più. Diversamente, Gen. R. 22 a proposito di 4,3 dice: “Caino offriva i frutti della terra, ossia faceva offerte di poco pregio”. Analoga è la spiegazione di Filone, Sacr. A.C. 88: Abele sacrificava in modo diverso da Caino. Il motivo dell’accettazione o del rifiuto, anche secondo questa interpretazione, è la qualità del sacrificio, il che presuppone una differenza morale fra i due sacrificanti. Che questa però sia stata la causa fondante è detto esplicitamente soltanto in Targum J. Gen 4,8 dove Abele dice a Caino: “Poiché i frutti delle mie azioni erano migliori dei tuoi e superiori, il mio sacrificio fu bene accetto”.

  1. Caino e Abele nel N.T.

Conforme alla tradizione giudaica in Mt 23,35 e par. il contrasto fra Abele e Caino è concepita in senso puramente etico; così pure in Iudae 11 è detto dei falsi dottori. Invece in 1 Io 3,12 il contrasto tra i due fratelli è riportato a un dualismo metafisico assoluto: in Heb. 11,4 Abele è annoverato fra i testimoni della fede: proprio per la sua fede Abele offriva a Dio sacrifici più pregevoli e per la sua fede anche Dio gli confermò che era giusto, compiacendosi del suo sacrificio (non è detto che Dio abbia manifestato il suo compiacimento). Le parole finali del versetto: il sangue dell’ucciso grida vendetta finché l’assassinio non è punito (con la morte del colpevole) . E del giudaismo rabbinico l’idea che il sangue innocente ucciso continui a scorrere (“ribolle”) senza seccarsi sulla terra finché muore l’uccisore. In Heb. 11,4 viene ampliato questo concetto fondamentale: Abele si appella tuttora alla giustizia di Dio finché, nella perfezione del regno di Dio, avrà piena soddisfazione della sua morte innocente (cfr. Apoc. 6,9-11). Perciò in Heb.12,24 il sangue di Abele è visto come prefigurazione antico testamentaria del sangue di Gesù: che dà la Pace e la riconciliazione grida più forte del sangue di Abele che chiede vendetta.

K.G.Kuhn

Abram

A . Abramo nel giudaismo

Abramo nel tardo giudaismo è l’eroe nazionale e religioso del popolo. La sua figura è circondata di leggende e di narrazioni miracolose e la sua tomba a Hebron è venerata religiosamente come un santuario. La discendenza di Abramo costituisce la gloria di Israele. (Sal 9,17) . L’importanza religiosa è molteplice. A) In mezzo ad un popolo idolatra egli riconobbe l’abiezione dell’idolatria e oppose ad essa l’adorazione dell’unico Dio. Egli è il primo neofito e missionario. B) E’ un esempio luminoso di obbedienza incondizionata (Iub. 23,10 “Abramo fu perfetto in tutto il suo agire verso Dio”), fatta di amore, ai comandi di Dio; egli osservò tutta la Torà, sebbene non fosse ancora scritta, e appartiene alla schiera dei giusti che non hanno mai peccato. Perciò il giudaismo ellenistico ama presentarlo come l’incarnazione dell’ideale greco di virtù. C) Soprattutto, Abramo è esempio di incrollabile fiducia in Dio che gli conservò in ben dieci prove e che Dio considerò meritoria. D) Per ricompensa dei suoi meriti egli, come amico di Dio, ricevette da lui il comando e l’alleanza su cui si fondano le prerogative di Israele. E) I suoi meriti hanno valore vicario; fin d’adesso essi giovano a Israele e lo aiutano a raggiungere la vita eterna, per cui la discendenza da Abramo è d’importanza decisiva.

  1. Abramo nel N.T.

Nel N.T. Abramo è con Mosé, la figura dell’A.T. più menzionata.

  1. I Vangeli riconoscono l’importanza di Abramo nella storia della Salvezza (Mt 8,11, Mc 12,26, Lc 16,22; 19,9 e così pure tutto il cristianesimo primitivo), ma si oppongono alla sua celebrazione fanatica: Gesù è superiore ad Abramo e Pietro , come custode della rivelazione, si sostituisce ad Abramo (Abramo come “pietra cosmica”) come “pietra” su cui si fonda la nuova alleanza (Mt 16,18). Così pure Gesù e la Chiesa primitiva riconoscono la discendenza di Israele da Abramo (Lc 13,16; 16,24; 19,9) ma ai giudei impenitenti rinfacciano la contraddizione in cui cadono richiamandosi ad essa (Mt 3,9) e negano la possibilità che Abramo possa salvare i suoi figli dall’Ade (Lc 16,26) e soprattutto affermano che anche i pagani “siedano a mensa “ con Abramo (Mt, 8,11; Lc 16,26)
  2. Mentre Abramo è visto come modello di obbedienza alla volontà di Dio, Paolo nella sua lotta contro la corrente cristiana giudaizzante vede in Abramo l’esempio della giustificazione per mezzo della sola fede (Rom 4,1 ss; Gal 3,66 ss) e nei cristiani di provenienza sia giudaica sia pagana vede i veri figli di Abramo e i veri eredi della promessa a lui fatta ( Rom 4,1.12; 9,7 s; Gal 3,7.9.29; 4,22 ss). Secondo l’apostolo delle genti, dopo Cristo quello che importa è non più la discendenza fisica da Abramo, bensi quella spirituale.
  3. Joachim Jeremias

Ades

Designazione del mondo infero: A) come prigione degli spiriti ribelli (Lc 8,31; Apoc. 9,1.2.11; 11,7; 17,8; 20,1.3) e B) come mondo dei morti (Rom 10,7).

Il mare originario, il mondo dei morti . La LXX traduce per lo più t’hòm con cui l’A.T. indica la massa d’acqua originaria e una volta (al plurale) il mondo dei morti. Nel tardo giudaismo t’hòm indica: 1) le acque primigenie; 2) le profondità, l’interno della terra in cui si trovano i cadaveri, fonte di impurità (frequente nella Mishnà , P. ES. Pes 7,7); 3) sotto l’influsso delle concezioni persiane ed ellenistiche l’abisso è concepito anche come prigione degli spiriti ribelli.

Nel N.T: 1) come prigione degli spiriti è immaginato come luogo chiuso (Apoc 9,1; 20,1.3); l’ingresso è costituito da una voragine a forma di pozzo dalla cui apertura esce il fumo del fuoco infernale (Apoc. 9,1-2). I suoi abitatori fino alla loro liberazione, che avverrà nel periodo di sconvolgimento che precede la fine, sono l’anticristo (Apoc. 11,7; 17,8), il principe dell’inferno (Apoc. 9,11), i demoni (Lc 8,31) e i centauri-scorpioni (Apoc. 9,3 ss).

La descrizione dei topi che secondo 1 Sam 6,4 si abatté sui Filistei; gli animali provengono come in Apoc, 9,1 ss dall’abisso (t’hom) . Così il flagello egiziano delle rane.

Dopo la Parusia Satana verrà rinchiuso nell’Ades per tutta la durata del regno millenario (20,1.3). Questa concezione neotestamentaria della prigione degli spiriti indica chiaramente che Dio ha potere sul mondo degli spiriti a lui nemici.

2) In Rom. 10,7 è considerato come la dimora dei morti e all’ascesa al cielo vien contrapposta la discesa nel regno dei morti.

Joachim Jeremias